L’adattamento emotivo post traumatico

Il Covid-19 ha generato un trauma nella società. Per tornare alla normalità bisogna accogliere la propria fragilità e ascoltare noi stessi e gli altri, anche in azienda

 

Fiammetta Benetton intervista Donatella Caprioglio

Il lockdown, il confinamento, l’azzeramento dei contatti sociali sono stati un vero e proprio traumatismo collettivo. L’essere umano, quando si trova davanti all’impensabile e non trova risposte, accusa il colpo, mette in atto una serie di meccanismi di protezione e si adatta suo malgrado alla nuova situazione, inconsapevole che le conseguenze dello schock subito affioreranno nel futuro. Si parla quindi di adattamento emotivo.

“Durante il lockdown” spiega Donatella Caprioglio, “siamo stati costretti a chiuderci in casa, luogo che quindi ancor di più ha rappresentato un guscio protettivo dai pericoli esterni. La casa ha assunto il ruolo di presidio terapeutico: sistemare gli armadi, riparare ciò che non funzionava, anche semplicemente cucinare, ci ha permesso di dare soddisfazione primaria alla richiesta di protezione e di scaricare le nostre preoccupazioni. L’ansia che provavamo ci è servita a mettere a posto le cose ma anche a riparare noi stessi.

Questo ci ha portato a sviluppare nuove consapevolezze relative agli spazi che viviamo e a riconoscere una trasformazione dei nostri bisogni. Progettisti, costruttori, architetti, dovranno tenere in forte considerazione queste nuove conoscenze per i progetti futuri. Ci siamo accorti di aver bisogno di spazi modulabili, di estensioni esterne, come i terrazzi e i giardini che ci garantiscono un contatto con la natura all’aria aperta.

E poi il ruolo della comunicazione: le notizie ci davano informazioni ma ci servivano a controllare la situazione, a gestire l’angoscia. Poi è arrivata la fase 2 e abbiamo iniziato ad uscire, ma con paura paranoica.

Ci ha aiutato la mascherina che, come una copertina di Linus, ci proteggeva dagli altri. È stato uno strumento utile per affrontare la transizione e ci ha accompagnati durante un periodo di forte fragilità, proteggendoci come aveva fatto la nostra casa durante il lockdown. Toglierla e riprendere la vita (che rappresenta un bisogno sano e fisiologico) ha però fatto affiorare le conseguenze del trauma subito nella fase di confinamento.

Per questo non tutti sono capaci di tornare già alla realtà e non c’è nulla di cui meravigliarsi: la nostra parte emotiva è stata molto colpita. In alcuni questo può trasformarsi in stati di ansia piuttosto che in forti depressioni e può avere serie conseguenze anche in ambito lavorativo”.

L’incertezza e le difficoltà, anche economiche, del momento potrebbero portare gli imprenditori a spingere sull’acceleratore della produzione, tralasciando i rapporti umani e l’empatia.

“Serve delicatezza con le persone. Trascurare la parte emotiva dei propri collaboratori potrebbe avere conseguenze ben più gravi di un breve rallentamento nel business. I dirigenti hanno la responsabilità del loro capitale umano.

Ci troviamo immersi nella voglia di fare ma siamo spaventati che i conti non tornino e ci sentiamo fragili. Proprio per questo dobbiamo concederci un momento introspettivo per esprimere le nostre emozioni. Ciò che io porto nelle aziende sono degli incontri di gruppo, i “caffè sensibili”: spazi di ascolto (anche virtuali utilizzando il web) per supportare la seconda fase ovvero il rientro in azienda, la gestione delle paure, le domande che affiorano; si parla dei problemi che ci accomunano trasversalmente e che non vanno trascurati perché il gruppo viene “contaminato” da chi soffre.

Se non si elabora l’impatto emotivo, il nostro corpo prima o poi presenta il conto. Per anni abbiamo diviso corpo e mente. Slegandoli. Il corpo è nostro amico, non nemico. Non dobbiamo sottovalutare la nostra capacità intuitiva.

Guardare solo il profitto non può che portare peggioramenti nella vita aziendale. Per avere il profitto migliore serve ascoltare. Le persone hanno bisogno di parlare e di essere ascoltate. Il dirigente deve dare spazio alla parola del collaboratore”.

Il confinamento ci ha anche portato a guardarci dentro, a ragionare su di noi, ad affrontare progettualità diverse da quelle che avevamo pre pandemia. Il mondo del digitale ha rivelato una faccia impensabile, come dobbiamo agire adesso?

“Abbiamo preso contatto con ciò che non ci piaceva. Alcuni hanno avviato un percorso di evoluzione personale molto intenso. Il digitale è stato una scoperta: nel momento del traumatismo avevamo bisogno di conforto e lo cercavamo negli occhi delle persone al di là di uno schermo. I webinar hanno avuto non solo una funzione simbolica ma anche psicologica fondamentale perché ci siamo riconosciuti nello sguardo dell’altro.

Adesso dobbiamo “elaborare ed accogliere”, consapevoli di essere ancora nel momento dell’incertezza. È un periodo molto difficile, per tutti, un post traumatico. Provare angoscia è normale. Serve un po’ di rispetto per questa emotività, dobbiamo accogliere la nostra fragilità, non negarla, non scappare. Possiamo cercare il conforto di persone care, prenderci un po’ di tempo per ascoltarci: abbiamo l’obbligo di prenderci cura di noi, di essere generosi con noi stessi e con gli altri”.

Serve un ritorno alla tenerezza, all’empatia e in questo processo l’ascolto sincero è fondamentale, quasi un presidio dell’anima.

Donatella Caprioglio

Psicologa e Formatrice

Psicologa, psicoterapeuta, scrittrice. Nata a Venezia, ha studiato a Parigi. Insegna Psicologia dell’Abitare nelle Università di Padova e Parigi e Tecniche di Sensibilizzazione all’Ascolto e Psicopatologia Del Neonato all’Università di Medicina Bobigny Paris 13. Ha fondato il Caffè con i Genitori per il sostegno alle famiglie e la prevenzione dei disturbi infantili e l’Accademia degli Inquieti, luogo di incontro e scambi culturali. Ha creato il centro di ascolto per famiglie La porta Verde in Italia, Francia, Polonia e Vietnam.