Come modificare il modo di comunicare

Adattamento ed evoluzione

 

Darwin e la Video Strategy: “the survival of the fittest”. Ben 161 anni fa veniva pubblicato “On the Origin of Species” di Charles Darwin: un testo che ha cambiato per sempre il modo di interpretare la specie umana. Il concetto di “selezione naturale” ce l’hanno inculcato sin dalle elementari, quando la maestra di scienze ci parlava di scimmie e pollici opponibili (buttandoci dentro anche i piselli odorosi di Mendel che facevano sghignazzare tutta la classe), cercando di farci capire – invano – l’importanza di quella teoria. L’evoluzione è insita nel nostro codice genetico, ci dice chi eravamo, chi siamo e – con un po’ di approssimazione – chi saremo.

Ma il concetto evolutivo non si limita alla chimica e alla biologia ma si espande, si adatta: fa parte del nostro modo di vivere, della nostra quotidianità, del nostro lavoro. E questo 2020, sotto molti aspetti, ha rappresentato una nuova sfida – darwiniana, se vogliamo – un cambiamento repentino che ha fatto chiedere a molti brand: “E adesso, che si fa?”.

Noi di Blank., che lavoriamo nell’universo della content creation, abbiamo fatto di questa sfida la nostra sfida. Eravamo a un punto cruciale: dovevamo far capire ai nostri clienti come una video strategy continuativa fosse il miglior modo per uscire a testa alta dalla crisi; con grande sorpresa, ci siamo trovati a dialogare con aziende reattive, pronte a (re)agire, rischiare e promuoversi. Perché, oggi come non mai, occorre comunicare se stessi, i propri valori, la propria essenza, e ribadire forte e chiaro: “Noi siamo ancora qui!“.

Per anni “survival of the fittest” è stato interpretato erroneamente come “la sopravvivenza del più forte”. Ma “fittest” non è il più forte ma è il più adatto, quello con il corredo genetico favorevole a fronteggiare le avversità climatiche, geografiche, fisiche, ambientali. Fuor di metafora, il brand destinato a sopravvivere è quello che riuscirà a raccontarsi, a distinguersi, ad “adattarsi” al nuovo paradigma di mercato. L’alternativa è l’estinzione.

La pandemia non ha che accelerato un processo già in atto, svelando il re nudo che passeggia per la strada, prima del tempo. Ed ora per il re non restano che due opzioni: o continuare a sfilare tra le risate dei sudditi, o rendersi conto di essere in mutande, e cercare un sarto.

Simone Filippini, sceneggiatore, copywriter, recensore, saggista… perché fare una sola cosa bene, quando puoi farne tante, male?. Nel team di Blank. copro il ruolo di grammar nazi e cinefilo zelante che parla solo attraverso citazioni pop; ma stendo anche sceneggiature a tempo perso, come copertura. Sono allergico ai congiuntivi sbagliati e ai tre punti di sospensione usati al posto della virgola (Ok, boomer!). Sono anche un avido divoratore di storie: le leggo, le guardo, le scrivo, le amo.

Il remote working e l’ufficio

 

I concetti di adattamento ed evoluzione si sposano molto bene con le riflessioni che stiamo facendo di recente riguardo al nostro ufficio. Dopo molti anni di crescita con tenuta, il 2018 e il 2019 hanno registrato, rispettivamente, un +35% e un +20% circa del numero di persone che compongono la squadra.

La creazione delle forti relazioni che oggi ci sono tra i colleghi è stata sicuramente favorita dal fatto di vivere tutti in un ambiente confortevole e stimolante. Poi però è successo quello di cui tutti siamo a conoscenza e siamo potuti tornare in possesso dell’ufficio solo a giugno 2020; tra l’altro limitatamente ad alcuni spazi (delle sale riunioni non sono ancora oggi agibili) e con una capienza massima portata a 15 persone, quando oggi MOCA è composta da quasi 45 professioniste e professionisti. E c’è anche la data del 31 luglio che aleggia lì in fondo come se fosse uno spartiacque tra il ritorno a quello che eravamo prima o l’abbandono di quella normalità. E stiamo appunto facendo delle riflessioni, prima che il 31 luglio giunga, rispetto al ruolo dell’ufficio.

Da una parte stiamo pensando seriamente di abbracciare il full remote working: quindi lavorare da casa fino a cinque giorni alla settimana; oltre che una maledetta pandemia, questo periodo è stato anche un’accelerazione di una finestra di test il cui esito ci ha fatto capire che (a) si può fare (b) alcuni colleghi – soprattutto quelli che abitano più distanti da MOCA – ne hanno giovato tantissimo!

Dall’altra parte abbiamo anche il timore di abbandonare l’ufficio in quanto coprotagonista della creazione del bellissimo gruppo di lavoro che MOCA è.

Ci siamo detti che forse la risposta sta nel mezzo: tenere l’ufficio come ambiente a disposizione di chi non ha di meglio, ma convertirlo da luogo di lavoro a luogo di aggregazione all’interno del quale i contenuti e gli argomenti possano “esplodere” facendo venire meno lo stretto legame con, appunto, il lavoro. Ci stiamo immaginando di togliere delle postazioni a favore di spazi di collaborazione e contaminazione e ci piace l’idea di ripensare l’ufficio anche come uno spazio dove vedere film, organizzare cene, festeggiare compleanni. Assembramenti permettendo.

Giulia Vanzella, People and Culture Development di MOCA: si occupa di creare le condizioni affinché le persone in MOCA possano crescere all’interno di un ambiente le cui dinamiche mettono le persone al centro.